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martedì 22 luglio 2014

Roderick Duddle


Michele Mari - Roderick Duddle (2014)



In questo “Roderick Duddle” Mari ha giocato, divertendosi, a fare il Dickens-Stevenson. Nella mia lettura, sono passato rapidamente da perplesso a critico, poi da stanco a totalmente concorde con il personaggio in azione a pagina 462: “Il giudice Bonham non ne poteva più di quella storia che fra adozioni, affidamenti, cavilli araldici, episodi di sangue, diffide, persone scomparse e pretese ereditarie si era avvolta su se stessa fino a formare un groviglio inestricabile”. A pagina 485, infine, ho ben accolto la parola “Fine”. Diciamo, essenzialmente, che non capito il senso di questa operazione retrò (molto retrò) dell'autore, al di là del puro esercizio letterario; e poi che ho sentito il romanzo lontano anche per una questione di età - con il bambino dentro di me che evidentemente dormiva, dormiva… Una cosa è certa: al Mari che fa (rifà) il Dickens-Stevenson preferisco decisamente il Mari che fa il Mari.

martedì 4 settembre 2012

Rosso Floyd

 Michele Mari - Rosso Floyd (2010)
 
 
 
Romanzo atipico (Mari è atipico) sui Pink Floyd, sulla loro “anima” Syd Barrett, ben presente agli esordi e poi, dopo l’allontanamento per follia ingravescente, comunque sempre aleggiante, e sulle due anime... di secondo pelo, i “siamesi” Waters e Gilmour, al fin separati (mentre all'origine Pink Anderson e Floyd Council erano divenuti siamesi per congiunzione...); ma anche su tanti altri che qui, a vario titolo, hanno modo di dire la loro. La struttura è costituita infatti da una sorta di istruttoria, con contributi molteplici: ciò (attenzione!) rende la lettura tendenzialmente pesante... se non adeguatamente dilazionata; il tema, poi, deve chiaramente interessare (altrimenti è meglio astenersi). Nel libro c’è del vero (dati e date inoppugnabili) e ovviamente della finzione, come si sa (in narrativa) e come ad ogni buon conto preavverte esplicitamente l’autore. Colpiscono soprattutto la densità degli elementi proposti, il fine lavoro di introspezione e proprio l'originalità (che ogni volta Mari rinnova).
 
(Agli amici... molto interessati al binomio letteratura-musica... lo consiglio.)


mercoledì 22 agosto 2012

Pink + Floyd

   "Potevano continuare a chiamarsi Geoff Mott and the Mottoes..."
   "Nome orribile invero fra quanti mai."
   "O Ramblers..."
   "La grande sciocchezza!"
   "Ammetto, ma se si fermavano lì noi ci saremmo salvati."
   "E tormentiamoci, su. Per un po' furono anche i Newcomers..."
   "Poi i Those Without, sic!"
   "Eh, sicsic! Intanto adesso non saremmo ridotti così."
   "Anche Hollerin' Blues, giunsero a chiamarsi."
   "E Jokers Wild no? Jokers Wild!"
   "Un momento, bisogna vedere chi c'era..."
   "Basta ce ne fosse uno, sai com'erano fatti, no? Scomporsi e ricomporsi, includerne altri, farsi adottare, ritrovarsi, non era solo questione di nomi, erano instabili dentro, come cercassero la giusta combinazione... Disgregarsi e riaggregarsi, ogni volta avvicinandosi di un passo alla meta..."
   "E di Sigma Six, che mi dici?"
   "L'impegno che ci mettevano per trovar nomi brutti..."
   "Come Abdabs..."
   "Subito peggiorato in Screaming Abdabs."
   "O Megadeaths..."
   "E ancora potevamo salvarci. Anche quando diventarono gli Spectrum Five, potevamo salvarci."
   "Fino al Leonard's Lodgers, pensa, ancora in tempo, anzi no, fino a Tea Set, il nome più ridicolo che si sia mai sentito."
   "Poi..."
   "E torméntati, su. Non ti viene in mente che il tuo tormento è anche il mio?"
   "Poi..."
   "Ogni volta che arrivi a questo punto ti blocchi, eppure lo sai com'è andata, lo sai come lo so io: gli è caduto l'occhio su un mio disco..."
   "Un disco che avrà visto centinaia di volte, come il mio..."
   "E centinaia di volte insieme, li avrà visti, ma quella volta..."
   "Fosse stato uno degli altri non sarebbe successo niente, ma era lui..."
   "Sappiamo, sappiamo! Lui ha lo spettro del diamante nell'occhio, lui è quello che fa diventare vere le cose, lui, lui, non ne posso più!"
   "Ma ci siamo dentro, per sempre. Da quel momento, da quello sguardo sui nostri due dischi."
   "Fu come se per la prima volta ci vedesse, dislocati ma uniti..."
   "Il potere di un demone, ognuna delle nostre metà se ne stava nascosta in un nome..."
   "In un disco..."
   "In un nome in un disco... Lui come un chirurgo separò quella mia metà, la saldò alla tua, e ci fece rinascere così."
   "Di solito i chirurghi li separano, i siamesi: a noi è toccato l'unico che li crea..."
   "Mi piaceva il mio nome, Pink Anderson."
   "E a me il mio, Floyd Council."
   "Mi chiedo se sarebbe successo anche con le altre metà..."
   "Chi può dirlo? Gli Anderson Council, non suona poi tanto male... certo è assai bolso..."
   "Bisogna ammettere però che Pink Floyd è bellissimo."
   "Sì, sulla nostra pelle!"
   "E pensare che ancora potevamo salvarci, ancora potevamo!"
   "Perché gli altri si impuntarono su Pink Floyd Blues Band? Ti sembra che sarebbe cambiato qualcosa?"
   "Vorrei vedere! Non hai ancora capito che è la bellezza quella che ci ha fregato? Quando è essenziale, la bellezza passa nell'essenza. Blues Band, e ancora noi camminavamo separati nel mondo."
   "Sì, ma alla fine il genio si impose, e noi siamo diventati così."
   "Con la durezza del diamante, si impose."
Pronunciate queste parole, il mostro rosa si torse verso il mostro fluido azzannandogli il collo. Il mostro fluido, com'era solito fare in queste occasioni, affondò tutte le unghie nella schiena del congiunto, lacerandogli le carni in profondità. E un sangue chiaro scorreva copioso lungo il loro unico corpo fremente, un sangue rosa che sceso a terra fluiva, e fluiva.
 
Da: Michele Mari - Rosso Floyd (2010)


martedì 17 aprile 2012

Rondini sul filo


Michele Mari - Rondini sul filo (1999)


Il protagonista, io narrante, è un tal… Michele Mari, tormentato gravemente  da “gelosia retrospettiva”, cioè rivolta verso gli uomini che la sua donna ha avuto prima di lui: il suo è un lungo monologo, uno sfogo potenzialmente liberatorio - ma è un’illusione - fatto di pensieri svolazzanti all’impazzata, come rondini, e di parole che si fissano poi sulla carta, formalmente ordinate, come quelle stesse rondini posatesi sul filo. (Questa, credo, l’interpretazione del titolo, al di là del riferimento esplicito al quadro di Ligabue “Le rondini sul filo”.)
“Parlando tanto del passato lo ingigantisco, in un certo senso lo creo (…) c’è niente come l’incertezza per tormentarmi, l’indistinto del vago… che allora ci penso io a riempirlo di orrori quel vuoto.” (…) “Nel retrospettivo sei fritto! gliela modifichi più la sua abbienza!” (…) “Riscrivo il passato, faccio tornar tutti i conti, è narrativa anche questa…”
Siamo nel patologico, il narratore ne è ben conscio. “La diagnosi presto detta, nevrosi ossessiva con spiccata tendenza iterativo-compulsiva e presenza di aspetti psicotici.” (…) “Il dottore ha detto che ho solo razionalizzazioni e pulsioni, quel che sta in mezzo mi manca! l’articolazione-modulazione delle emozioni, mistero! o magma o cristallo, è lo squilibrio! l’orrore vi dico!”
La storiaccia del Mari protagonista tiene avvinto il lettore - costantemente, anche nelle pagine più strampalate -, poi lo molla di brutto, senza un finale: ma non importa, il Mari scrittore la racconta alla grande - con stile personalissimo, sapienza e ironia -, è questo che conta.

(Agli amici... lo consiglio... Avvertenza, però: "Il romanzo è decisamente sui generis".)